Marco Travaglio, Garlasco e la “Santa Cassazione”

Si può pensarla un po’ come si vuole, ma al di là delle proprie opinioni e dei propri convincimenti politici, è indiscutibile che Marco Travaglio, storico direttore e co-fondatore del Fatto Quotidiano, sia il giornalista vivente che più ricorda per stile e autorevolezza le grandi firme storiche del giornalismo italiano. Cresciuto alla corte di Indro Montanelli (che lo considerò alla stregua del suo delfino) e salito alla ribalta nazionale grazie ai suoi libri di denuncia avversi a Berlusconi e al berlusconismo, diventa il “grillo parlante” dei programmi televisivi targati Michele Santoro, con il quale sposa la tesi del presunto accordo Stato-mafia del giudice Di Matteo, diventando presto il più agguerrito nemico della corruzione e del degrado politico nazionale di questo secolo. Il resto è storia recente. Dalle pagine del Fatto Quotidiano, ma soprattutto dalla ribalta televisiva generosamente concessagli, attraverso editoriali che trasudano tagliente ironia contro i potenti di turno (da Renzi alla Meloni, ai quali demolisce i vani tentativi di riforme costituzionali) si schiera al fianco di magistrati e procure, erigendosi a uno dei più strenui difensori delle inchieste di Di Pietro e del pool di “Mani Pulite” prima, passando per quelle dei vari Ilda Boccassini, Antonio Ingroia e Luigi De Magistris poi, fino ad approdare e supportare quelle di Nicola Gratteri. Insomma non solo un censore del malcostume politico di destra e di sinistra, ma un vero e proprio paladino della Magistratura e della Giustizia a tutto tondo, pronto a sposare qualsiasi tesi inquisitoria di qualsiasi Procura d’Italia purché avversa ai presunti corrotti di turno.

Questo fino a quando, d’un tratto, non decide anche lui di scendere nell’agone mediatico del caso Garlasco, una sorta di “Affare Dreyfus” in salsa tricolore che da mesi e mesi intasa pruriginosamente giornali, social e talk show televisivi. Se al tempo il Capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus (protagonista di un clamoroso errore giudiziario) ebbe la fortuna di vedersi schierare al suo fianco Émile Zola e il suo celeberrimo “J’Accuse” sul quotidiano L’Aurore avverso ai suoi inquisitori, il più sfortunato Alberto Stasi (altrettanto vittima di quello che con sempre più evidenza sembra essere un altrettanto scandaloso errore giudiziario) dovrà invece difendersi anche dagli strali di Marco Travaglio, che dalle colonne del Fatto Quotidiano e, più di recente, sui social, ha sorprendentemente sposato le ragioni colpevoliste cristallizzate dalla sentenza della “Santa Cassazione” che evidentemente per Travaglio è infallibile come potrebbe testimoniare il povero Beniamino Zuncheddu che, in ossequio a così tanta infallibilità, si è visto rubare la vita per trent’anni d’ingiusta detenzione per una strage mai commessa.

Per gli ammiratori di Travaglio (fra cui chi scrive) è stato sorprendente e imbarazzante vederlo al fianco della tele-criminologa Roberta Bruzzone, quella la cui arroganza è pari solo alla sua presupponenza, avverso alla nuova ipotesi investigativa che elimina Stasi dai luoghi del delitto di Garlasco. Sorprendente perché questa volta al direttore del Fatto non piace un procuratore e non convincono le sue inchieste. Non piace un magistrato, il Procuratore Capo di Pavia Fabio Napoleone, che ha avuto il coraggio di mettere sotto inchiesta l’allora Procura di Brescia per un’indagine cominciata male e finita peggio e che ha portato in galera un ragazzo rovinando irrimediabilmente la sua vita e quella della sua famiglia senza uno straccio di prova. Un’inchiesta per di più in odore di corruzione, proprio quella corruzione per la quale Travaglio continua a stracciarsi pubblicamente le vesti in ogni occasione: tutte tranne questa. Ma evidentemente in questo caso c’era da scegliere fra difendere una sentenza passata in giudicato e un’inchiesta revisionista e allora, da buon inquisitore, ha scelto di schierarsi dalla parte dei giudici con l’ermellino sulle spalle, ma con due dita di pelo sullo stomaco. Tanto da condannare Alberto Stasi nonostante il parere contrario dello stesso Procuratore Generale. Tanto da condannarlo “solo” a 16 anni (e l’entità timida della condanna dice tutto sulla convinzione di colpevolezza dell’Alta Corte) quando un omicidio di siffatta crudeltà ed efferatezza avrebbe meritato (e meriterebbe) l’ergastolo senza se e senza ma.

Tuttavia se Travaglio si è bevuto il cervello, o più credibilmente da un bastian contrario par suo ha voluto distinguersi dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi (magari quelli a lui più antipatici) innocentisti, noi proviamo a rimanere lucidi. Come recita l’articolo 533 del Codice di Procedura Penale una condanna va comminata solo se non ci sono ragionevoli dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, e su Alberto Stasi di dubbi ce n’erano più che capelli in testa di chi lo ha giudicato in Cassazione, come evidenziano le sentenze di assoluzione in primo e in secondo grado poi annullate e improvvidamente ribaltate. Va dato merito alla Procura di Pavia di provare a porvi rimedio scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora sull’operato della Procura di Brescia e di taluni elementi del RIS, della Polizia Giudiziaria e dei consulenti d’ufficio di allora. Auguriamo pertanto ad Alberto Stasi di approdare alla sospirata revisione processuale e allo stesso tempo ad Andrea Sempio (il nuovo indagato per l’omicidio di Chiara Poggi) di potersi difendere in un eventuale giudizio senza finire, come il suo sfortunato alter ego, nel tritacarne di un processo pubblico e mediatico che in questa occasione ha superato i limiti del comune senso non solo del pudore e del buongusto, ma anche della ragione. Ma alla fine, quello che ci auguriamo più sinceramente, è che alla povera Chiara Poggi sia concesso di poter riposare in pace, auspicando per lei quel diritto all’oblio che in vita, e soprattutto purtroppo in morte, non le è ancora stato concesso.

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