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La radiolina della domenica: quando una voce bastava per vedere una partita

C’era una volta una domenica diversa, aveva un orario preciso, le 15:00, e un appuntamento che per milioni d’italiani significava una cosa soltanto: la partita di pallone. Il pranzo era appena finito, il caffè ancora sul tavolo, le madri sparecchiavano, qualcun altro aveva già preso la radiolina perché di lì a poco non iniziava soltanto una partita, iniziava la domenica del calcio italiano, un appuntamento immancabile, una sorta di rito sociale (più che sportivo) collettivo. Si girava lentamente la manopola cercando la stazione giusta, in mezzo a quel fruscio inconfondibile dei canali che scorrevano uno dietro l’altro. La voce arrivava disturbata, si spostava appena la sintonia e improvvisamente diventava nitida e, se il segnale continuava a fare i capricci, ci si adoperava sull’antenna cercando la posizione migliore affinché quella voce arrivasse finalmente forte e chiara: la domenica era appena cominciata!

Erano altri tempi, gli smartphone non erano nemmeno nelle più ardite fantasie degli scrittori di fantascienza, così come le notifiche, i risultati live e, ancora meno, le dirette streaming o in TV. Tutto era mutuato da quella radio a transistor e tradotto in immagini ed emozioni dalla bravura del radiocronista di turno e dalla nostra fantasia. Il 10 gennaio 1960 iniziava ufficialmente l’avventura di “Tutto il calcio minuto per minuto”, dopo le sperimentazioni dell’anno precedente. L’intuizione fu semplice e straordinaria: collegare via etere gli stadi italiani e permettere a chi era a casa di vivere contemporaneamente un intero pomeriggio di campionato, in particolare il secondo tempo delle partite principali. Roberto Bortoluzzi dirigeva dallo studio quella particolare orchestra, mentre voci come Enrico Ameri e Sandro Ciotti sarebbero entrate in tutte le case, in tutti gli stadi, come quelle di inseparabili amici della domenica per intere generazioni di tifosi, grandi e piccini. La magia era proprio lì: vedere una partita non con gli occhi, ma con l’immaginazione. Il radiocronista raccontava di un pallone portato sulla fascia da Domenghini, di un cross, e nella testa dell’ascoltatore si materializzavano uno stadio, un campo e 22 calciatori schierati nel mezzo di quell’azione, con l’attesa di sapere come sarebbe proseguita, attaccati al timbro e al tono della voce di Ciotti o di Ameri per esultare per un gol o rammaricarsi per un’occasione fallita. E non era affatto insolito che qualcuno interrompesse il radiocronista di turno da un altro stadio per annunciare un risultato cambiato, un gol o un rigore da battere, in un palpitare di emozioni senza soluzione di continuità. Bastava il classico “Scusa Ameri” per far sprofondare tutti in casa nel silenzio. Chi avrà segnato? Quale risultato sarà cambiato? E via così per tutto il pomeriggio sportivo.

Anche sugli spalti in tanti, in tantissimi, tenevano la radiolina incollata all’orecchio. Allo stadio si seguiva la squadra del cuore, ma si prestava attenzione ai risultati altrui: chi per sapere le sorti delle avversarie, chi per aggiornarsi sulla squadra delle proprie simpatie. Così i risultati si tramandavano da persona a persona, si gioiva o ci s’incupiva per quanto succedeva altrove, in altri campi, in altre partite e, in pochi istanti, la notizia percorreva un intero settore. Era la notifica push dell’epoca, solo che viaggiava semplicemente da persona a persona. Ameri e Ciotti, sempre loro, non avevano replay, immagini o statistiche da mostrare: dovevano essere gli occhi dell’ascoltatore e ci riuscivano benissimo. Ognuno materializzava nella propria mente quell’azione, quel cross, quel tiro proprio in quello stadio, tanto che quella stessa radiocronaca poteva creare nella testa di migliaia di persone migliaia di partite diverse. Non era solo calcio, era qualcosa di diverso: era il modo in cui ognuno, dal proprio punto di vista, faceva suo quel calcio.

Un calcio semplice, povero: il calcio di tutti e di campioni umani, vicini, riconoscibili, come quel Sandro Mazzola scomparso solo due giorni fa, che con Riva e Rivera ne era il simbolo, il mito, al di là della squadra della quale indossava i colori.

E poi ci sono state espressioni che sono diventate leggenda, frasi entrate nell’uso comune per descrivere qualcosa d’impossibile, d’inimmaginabile. Il 4 giugno 1961, al Cibali di Catania, nell’ultima giornata di campionato, l’Inter di Herrera perse contro ogni pronostico 2-0 contro i padroni di casa mentre era in corsa per vincere il titolo di campione d’Italia. Il radiocronista di allora esclamò: “Clamoroso al Cibali!”. E tutta Italia rimase esterrefatta. Non si sa di preciso quale radiocronista pronunciò quella frase: qualcuno disse Sandro Ciotti, ma la registrazione si è persa e la verità, ancora oggi, non si conosce. Rimane quell’esclamazione che ancora oggi vuol dire semplicemente “incredibile”: tre parole, nessuna immagine.

Questo era il calcio quando il calcio era di tutti.

 

 

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