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20/06/2019, 19:01



I-nuovi--Padrini--nella--"rete"


 



Usano Facebook, Whatsapp, Instagram, Telegram. Postano messaggi di morte  per i nemici, corredati dai  selfie: i nuovi eredi digitali dei clan stanno violando la regola del silenzio, quella dei loro padri, senza non poche conseguenze.
Salto generazionale, ma anche salto nel nulla. Nel buio periglioso dei nuovi boss, che sembrano aver rinnegato la tradizione, quella dei padri e dei nonni che avevano per comandamento "la meglio parola è quella che non si dice", che di scritto non avevano lasciato nulla, se non i famosi pizzini  crittografati i con i quali comunicavano ai sodali: la "posta certificata di Cosa Nostra ".  
Esibizionista e tronfio, il  rampollo palermitano della consorteria dell’Arenella che si mostra sul suo profilo facebook in costume su un luccicante bolide del mare, un motoscafo che sfreccia sull’acqua a una velocità di 150 chilometri orari grazie ai suoi ben 4 motori a turbina. Un vero e proprio  delirio  di onnipotenza verso i canoni della subcultura mafiosa, un’onta verso la memoria dei capimandamento  che sono stati a lungo nell’inferno del 41 bis.
Questi stravaganti malacarne e parvenu del crimine spadroneggiano  nelle reti social, sanno coniugare la belluina efferatezza  dei loro crimini  al pericolo  che li espone ad una cattura  imminente. 
Scampato ad un regolamento  di conti tra clan, un "compariello" posta in rete come trofei le foto delle ferite avvertendo i suoi nemici che "il leone è ferito, ma non morto", epigrafando:  "Avita murii! (dovete morire)". 
Sono i figli della  mafia digitale.
"Sei bella come una Questura che brucia", scrive un giovanissimo camorrista del rione Sanità alla fidanzatina sul suo profilo facebook.
Fa scuola Salvuccio, terzogenito dello "Zio Totò", che per un autografo ad personam raduna i suoi "amici virtuali" e li invita a comprare il suo libro: The Riina family... in nome del padre!


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