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03/07/2019, 10:18



Finisca-presto-questa-guerra!


 



Passare in 45 giorni da una salvezza diretta al Bentegodi al NULLA, al NIENTE, all’ennesimo OBLIO è stata un’esperienza devastante per tutti noi.
Ci sono tanti modi per morire, ma le morti improvvise sono quelle che ti lasciano sgomento, attonito, senza parole.
Adesso è fin troppo facile dirlo, ma solo 45 giorni fa nessuno poteva immaginare che il Foggia fosse talmente malato che non avrebbe passato la nottata. Una lunga malattia ti prepara all’epilogo e quando questo arriva puoi liberarti in un pianto consolatorio. Invece morire dall’oggi al domani lì per lì lascia agghiacciati, sconcertati, inconsapevoli.
Poi ci si rende d’improvviso conto della tragedia e quel mutismo incredulo diventa immediatamente prima angoscia e poi rabbia, rabbia contro tutto e contro tutti, contro la malasorte, contro un destino crudele e beffardo, contro il mondo. E quando monta la rabbia la ragione va a nascondersi e così scattano le rese dei conti. Gli eroi di ieri diventano i nemici di oggi, in un passaggio di consegne che non ha soluzioni di continuità.
E siccome passare in un amen dall’amore all’odio sprigiona un’enormità di energia negativa, questa energia bisogna allora sfogarla contro qualcuno, bisogna scovare il colpevole, il capro espiatorio, quello da esporre alla gogna nella piazza del paese. La differenza è che nel 2019 le piazze non sono più agorà a cielo aperto, ma sono algoritmi, sequenze disordinate e casuali di 0 e 1, sono mondi virtuali ma non per questo meno frequentati.
Le piazze virtuali dei social hanno talmente occupato lo spazio delle piazze vere, costruite, che anche se vuoi esprimere lì il tuo dissenso, magari con uno striscione di protesta, devi ratificare il gesto nel mondo social, fotografandolo come in un set per trasferirlo subitaneamente su Facebook e sottoporlo al giudizio del popolo interconnesso. Ma è qui che si genera una mutazione sociale allarmante. I colpevoli esposti alla gogna, per assurdo, non diventano come nel medioevo l’oggetto del giusto ludibrio, ma solo il pretesto per scatenare una violentissima guerra degli uni contro gli altri, del tutti contro tutti, una stupida guerra fra vittime del solito delitto che si scannano e si azzuffano davanti allo sguardo esterrefatto dei veri colpevoli che nella baraonda generale finiscono per diventare da inquisiti a spettatori - quasi divertiti - da tanto scempio.
In questi giorni stiamo così assistendo sul web a zuffe violente, talvolta feroci, fra tifosi e tifosi, con distinguo professionali ("io sono qualcuno e posso parlare, tu non sei nessuno e devi tacere!"), territoriali ("se non sei nato a Foggia non puoi capire!"), addirittura sessisti ("zitta tu che sei donna e di calcio non ne capisci niente!"), per non parlare poi dello sport più apprezzato e seguito in questi casi che è il tiro al giornalista, o giornalaio, o pennivendolo, come meglio preferite, peggio ancora se è opinionista ed ha avuto l’ardire di difendere il Foggia piuttosto che trasformarsi in un novello Sherlock Holmes e andare a scoprire nelle segrete stanze tutte le magagne della gestione Sannella.
Ma come se non bastasse ecco poi  uno sport nuovo, paradossale, che è quello dell’accusa agli Ultràs rei, per tanti, di non essere andati a prendere a schiaffi e cinghiate calciatori, dirigenti e proprietari.
Sì, avete letto bene. Anziché elogiare il comportamento di ragazzi che dopo aver fatto migliaia di chilometri e sacrifici al seguito dei rossoneri, ed essere stati traditi in questo modo, hanno manifestato pacificamente - dimostrando enorme dignità e grande intelligenza -  la loro protesta, ci si è rammaricati con malizioso sospetto della mancata ondata di violenza e guerriglia che avrebbero dovuto scatenare in città.
Il sonno della ragione notoriamente genera mostri, e sui social foggiani ormai ci sono più mostri che persone raziocinanti.
Qualsiasi dichiarazione o commento è preso male. Qualsiasi iniziativa è vista con sospetto. Ogni scusa è buona per litigare attaccando alla cieca un nemico virtuale che potrebbe nascondersi dietro qualsiasi nickname.
Ma dove si va di questo passo? Cosa potremo mai ricostruire se continuiamo ad accumulare macerie? Che futuro si prospetta se si persevera a farci la guerra fra di noi, noi che siamo tutti vittime, nessuno escluso, di questa tragedia sportiva? Serve a qualcosa o a qualcuno questa gara a chi aveva capito prima? A chi l’aveva detto? A chi sapeva ma non era ascoltato? A chi doveva controllare e non ha controllato (a che titolo e con quali poteri poi non ho mai capito)? Serve a elaborare il lutto distribuire le colpe a destra e a manca salvo che a se stessi? La colpa è dei giornalisti? Ebbene hanno pagato perché adesso sono giornalisti  da serie D. È colpa degli Ultràs? È colpa dei tifosi? È colpa mia (tutto può essere)? Siamo tutti retrocessi nei dilettanti, ma la verità unica e sacrosanta è che in questa melma sappiamo bene tutti chi ci ha portato, hanno un nome e un cognome, e finiamola con questa lotta idiota fra poveri, una volta per tutte. Se il Titanic è affondato non è colpa dei passeggeri di prima o di terza classe, dei marinai, degli orchestranti che rallegravano le serate danzanti a bordo, ma di chi aveva la responsabilità di navigare e che per imperizia, per non dire per dolo, ha fatto schiantare il transatlantico più grande del mondo contro uno stupidissimo iceberg.
Questa è l’unica verità rivelata cari amici di sventura, non giriamo intorno al problema.
Ma se il Titanic non riemergerà più dagli abissi oceanici, noi possiamo tornare ad essere quello che eravamo, basta crederci, basta tornare ad essere uniti ed a fare fronte contro le avversità.
Rimbocchiamoci tutti le maniche e aiutiamo chi dovrà ricostruire a restituirci uno delle poche cose che ancora ci fa battere il cuore e ci fa sentire orgogliosi di essere foggiani: quella meravigliosa squadra con la maglia a strisce rossonere, la nostra!


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