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17/08/2019, 01:57



Felice-Gimondi,-il-ciclista-che-piaceva-ai-bambini


 



Credo che nessuno di coloro i quali hanno la mia età non abbia mai giocato sulla sabbia a "palline" con una biglia di plastica e la foto di Felice Gimondi incisa dentro in trasparenza, simulando feroci battaglie in pista contro Motta, Adorni, Fuente, De Vlaeminck, Bitossi o Eddy Mercks, il "cannibale" belga. 
La biglia con Gimondi era la più ambita, la più richiesta, qualcosa da custodire gelosamente nel secchiello fra palette e rastrelli da mare. 
E chi non si è sentito almeno per un attimo il campione bergamasco inforcando i pedali della propria bicicletta portata a folle velocità per i marciapiedi o le strade della Villa Comunale? Felice Gimondi per noi era il Ciclismo, e stava al Ciclismo come Adriano Panatta stava al Tennis, Gustav Thöni allo Sci, Niki Lauda alla Formula Uno, Dino Meneghin alla Pallacanestro, Pietro Mennea all’Atletica Leggera, Nino Benvenuti alla boxe, Giacomo Agostini al Motociclismo o Gianni De Magistris alla Pallanuoto. 
Il Calcio no, non ha mai avuto un solo eroe. Per noi era e sarà sempre Gianni Pirazzini, per altri a quel tempo erano Riva, Rivera o Sandrino Mazzola. Erano i primi anni settanta, la televisione aveva solo due canali ed era in bianco e nero. La TV dei ragazzi e Carosello scandiva le nostre giornate di bambini quando cellulari e play-station non erano state minimamente immaginate, nemmeno dalla fantasiosa mente di Julies Verne, e la socialità non era virtuale, ma reale, per la strada, a scambiarsi figurine o a costruirsi carrelli da discesa con tavole di legno e rotelle a cuscinetti a sfera. Erano questi gli eroi che ci facevano sognare e riempivano di colori e speranze le nostre ambizioni di bambini di provincia. 
E quando quelle leggende ti capitava di vederle dal vero, come capitava a Foggia quando Torriani portava il giro all’arrivo sul Viale della Stazione, il cuore ti batteva a mille e si spintonava per vedere un pezzettino della maglietta azzurra Bianchi di Gimondi, la stessa che era stata di Fausto Coppi due decenni prima, scorrere per un attimo nel brulicare di colori sgargianti dei corridori del gruppo. Gimondi non ha mai vinto quanto Bartali o Coppi, non ha mai fatto battere i cuori in esaltanti imprese in montagna come Pantani, ma ci faceva sognare perchè era un uomo semplice che sapeva sopportare stoicamente la fatica e la sconfitta, lui che aveva avuto la sfortuna di nascere insieme ad Eddy Mercks, forse il ciclista più forte di tutti i tempi, che gli impedì di vincere Giri e Tour a grappoli, come forse avrebbe meritato. Gimondi era alto, pesante, "un bassista" come si diceva allora, capace di spingere rapporti impossibili per guadagnare in discesa e in pianura quello che gente come Galdos o Fuente gli facevano perdere in salita. Come tanti ho amato molto Felice Gimondi, il bergamasco triste che piaceva ai bambini e che sapeva sorridere non solo nelle vittorie, ma anche nelle sconfitte. Come i campioni di allora in tutti gli sport, ha tenuto altissimo l’onore dei nostri colori in giro per il Mondo, conquistando un Tour a soli 23 anni, un mondiale, tre Giri d’Italia e tantissime classiche in linea, insegnando a tanti ad amare la bici, lo sport e soprattutto la correttezza e la lealtà nel ciclismo come nella vita.
Con lui va via un altro pezzo della nostra gioventù, un sogno infranto, uno sguardo buono che, salutandoci per l’ultima volta, ci ricorda quanto il tempo sia cattivo quando ci lascia soli con le nostre sbiadite malinconie. 


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